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A scuola e oltre Dicembre 2009

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Rita Vittori  Bambine e bambini

Emozioni e desiderio

di Rita Vittori

Nell’attuale modello socio-culturale, l’esperienza del consumo diventa l’ambito primario di formazione del sé e dell’identità . «Siamo ciò che consumiamo», si potrebbe dire … e in ciò i nostri allievi mostrano come ormai siano in atto nuovi valori e nuovi bisogni che spingono a orientare il desiderio verso l’acquisto o il consumo continuo di beni. La cultura dei consumi esalta la ricerca di un’identità personale originale e unica, anche se all’interno di una comunicazione di massa, creando il paradosso di un’«unicità» di massa. Quali sono le emozioni che spingono alla continua ricerca di acquistare, consumare oggetti non solo concreti, ma anche immateriali come la cultura, il viaggiare ecc.? Molti bambini e adulti sembrano continuamente impegnati in un continuo accumulo di oggetti, esperienze, quasi se dovessero colmare un vuoto divorante dentro di sé.

La logica del desiderio

A parere di molti autori, una vita impostata sui consumi implica la trasformazione di oggetti d’uso o di necessità in «oggetti di desiderio». Come a dire che l’oggetto non ha solo il fine di rispondere ad un bisogno, ma assume anche significati molteplici. Il desiderio ha radici emotive molto antiche nel processo di sviluppo del bambino: ha attinenza con il vuoto e la mancanza che il neonato percepisce quando esce dall’utero materno, a cui sentiva di appartenere, protetto dall’esterno. La nascita rappresenta il primo distacco del bambino dal corpo materno, che introduce al tema della «mancanza» e del «desiderio» a ritornare in un contesto in cui ci si sente pieni e appagati. Il pianto, primo segnale di un’ altra forma di vita, rappresenta il passaggio dal bisogno alla domanda della presenza dell’altro, come fa notare Lacan. In questo momento avviene l’affacciarsi dell’ordine simbolico attraverso la percezione soggettiva della «mancanza» che si trasforma in «desiderio», cioè domanda di un oggetto in senso psicoanalitico, cioè di un’azione o un oggetto reale, che in modo provvisorio, tendono a rispondere al bisogno. Ad esempio se la madre, interpretando il bisogno del figlio, interviene dopo il pianto con l’allattamento o con l’abbraccio, questi oggetti rappresentano dei sostituti simbolici della domanda primordiale. La risposta può essere anche solo affermando la «presenza» cioè «sono qui», aiutando il bambino a stabilizzare dentro di sé la presenza di tali oggetti anche nella loro apparente assenza. Il bambino ha bisogno di sperimentare l’assenza per arrivare al processo simbolico, che gli fa percepire di non essere da solo anche se l’oggetto del desiderio è apparentemente non presente. Si può allora dire che il bambino chiede di «poter desiderare», che porta a ricercare continuamente ciò che è significativo nelle diverse fasi di vita.

Il desiderio nella società dei consumi

Diceva Oscar Wilde: «viviamo in un’epoca in cui il superfluo è l’unica nostra necessità». Se prestassimo un po’ d’attenzione ci renderemmo conto che l’oceano di parole in cui siamo immersi non fanno altro che produrre un tipo di comunicazione che induce alla domanda, ma che ha il preciso intento di riproporre il bisogno nudo e crudo. La riproposizione del bisogno comporta che tutti gli oggetti acquistino una valenza vitale, come se la rinuncia ad uno di essi comportasse il rischio di compromettere la sopravvivenza della specie in quanto umana e della vita di ognuno. Il linguaggio del bisogno comprime la dimensione cronologica del tempo, tutto diventa vitale, tutto deve essere consumato velocemente, tutto deve essere riempito. C’è un tempo - dice Lacan - che non può essere oggettivato ed è il tempo logico che si scandisce in tre fasi: l’istante di vedere, il tempo di comprendere e il momento di concludere.

In questa nostra civiltà sembra che non sia più possibile rispettare il tempo di comprendere, in quanto sollecitati al concludere, dopo essersi affacciati alla fase del vedere. Come un super-ego spietato, il mercato ci impone il consumo ad ogni costo per essere al passo con i tempi. La depressione, di cui si rileva il forte aumento, tanto da essere definita malattia del nostro tempo, una specie di virus contagioso, evidenzia come la personalità all’interno della globalizzazione che impone un livellamento di condizioni, un’eliminazione dei limiti e dei divieti, un’uguaglianza affermata ma mai conquistata, si ritrova impossibilitata nella ricerca del suo «senso» di esistenza; allora cerca nell’uso di sostanze, nel culto dell’immagine, nella competizione fondata sulla materialità, una felicità impossibile. Lo spostamento dell’attenzione verso l’avere e dunque verso le etichette indispensabili per non impattare con il fantasma dell’esclusione, non fanno che mettere in primo piano l’aumento del disagio e del malessere che trovano espressione tra l’altro nel panico, nell’aggressività e nella violenza.

Questa è la ragione per cui il brand o la marca sono la personalità del prodotto, il significato e il mondo con cui ci relazioniamo. Essi diventano parte integrante della personalità, necessari per sentirsi «appartenenti» a qualche comunità che ha come oggetto d’identificazione collettiva un certo modo di vestire, un certo stile di vita, o determinati oggetti di consumo (si pensi ai raduni di chi ha le moto, alcuni tipi di automobili, o che frequenta alcuni ristoranti o caffè…).

Mi sento escluso se non ho o non faccio...

Ne consegue che colui che non si adatta ad alcuni stili di consumo si sente escluso, e questo sentimento è un deterrente molto forte nel processo di crescita. Il bambino o l’adolescente che si sente escluso dal gruppo perché rifiutato, in quanto percepito come «diverso», cerca in tutti i modi di riaffermare la sua presenza e la sua identità adattandosi alle richieste del gruppo. L’esclusione fa scatenare sentimenti d’inadeguatezza e dis-valore che mettono radici profonde dentro di sé, portando a momentanei stati depressivi o di ansia, che nel tempo si possono stabilizzare, o provocare comportamenti violenti per il rancore di sentirsi rifiutati. Da ciò è possibile trarre alcune indicazioni: lavorare sulle relazioni gruppo-classe in senso cooperativo, dare spazio alle domande e al ragionamento in gruppo con i ragazzi senza formulare risposte definitive, trasmettere il senso della vita che parte da una mancanza che si fa desiderio, ma che deve anche avere il tempo di elaborare risposte non immediate e definitive .

Quali sono le emozioni che spingono alla continua ricerca di acquistare, consumare oggetti non solo concreti, ma anche immateriali come la cultura, il viaggiare ecc.?

Come un super-ego spietato, il mercato ci impone il consumo ad ogni costo per essere al passo con i tempi.

C’è un tempo, dice Lacan, che non può essere oggettivato ed è il tempo logico che si scandisce in tre fasi: l’istante di vedere, il tempo di comprendere e il momento di concludere.

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