Il resto del mondo Dicembre 2009
Spazio Caritas
Politiche europee sull’immigrazione
Oliviero Forti Responsabile dell’Ufficio immigrazione della Caritas Italiana
Non si tratta più di un caso isolato, né tanto meno di una peculiarità tutta italiana. In Europa sono diversi i partiti che hanno raccolto in questi anni consensi per le dure posizioni espresse in tema di immigrazione, a partire dalla Fpo (Partito Liberale) in Austria, fino al Fronte Nazionale in Francia. Dichiarazioni forti, come quelle a cui ci ha abituato la Lega, non costituiscono più semplici note di colore ma chiari segnali che nel «vecchio mondo» il sentimento verso gli immigrati sta cambiando. Gli atteggiamenti di aperta ostilità nei confronti degli stranieri, da appannaggio di una piccola minoranza, si stanno diffondendo fino a diventare parte integrante delle politiche di governo in diversi paesi europei. Nel passato, la contrarietà verso ogni forma di apertura agli immigrati, o all’immigrazione in generale, era riconducibile a piccoli partiti o ad organizzazioni in genere di estrema destra. Nel volgere di qualche anno questo atteggiamento ha connotato sempre di più anche le principali forze politiche, sia di maggioranza sia di opposizione.
Ci troviamo, dunque, di fronte ad una questione di rilevanza globale alla quale, però, si continua a rispondere con politiche eminentemente nazionali. Si sta lavorando in assenza di una politica comune sull’immigrazione. Il paradosso è che l’immigrazione, pur non essendo ascrivibile al quadro concettuale dello Stato nazione, non è inserita organicamente in un sistema sovranazionale.
La dimensione statuale del fenomeno migratorio
Anche l’Unione Europea ha storicamente contribuito a mantenere una dimensione statuale del fenomeno migratorio favorendo relazioni multilaterali e federative piuttosto che la costruzione di politiche comuni. D’altronde per molto tempo il nocciolo duro delle politiche migratorie europee si è fondato su una base giuridica «estranea» per definizione alle competenze comunitarie. Solo con il Trattato di Amsterdam le materie relative a «Visti, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse con la libera circolazione delle persone», entrano a far parte del «Primo pilastro» dell’Unione Europea, determinando il passaggio dal metodo intergovernativo all’applicazione del diritto comunitario «sopranazionale». Purtroppo i successivi drammatici fatti del 2001 hanno spostato l’attenzione sul tema sicurezza, per cui la collaborazione fra Stati viene oggi sperimentata maggiormente sul fronte del contrasto all’immigrazione clandestina e al controllo delle frontiere esterne con la creazione di fondi ad hoc.
Emblematica in tal senso risulta l’approvazione da parte del Parlamento Europeo, il 18 giugno 2008, della contestata «direttiva ritorno» che ha dotato i paesi comunitari di un ulteriore strumento a carattere repressivo con cui è possibile estendere la durata del trattenimento di cittadini stranieri senza documenti di soggiorno. La cosiddetta Fortezza Europa non sembra procedere verso una ridefinizione dei suoi assetti, ribadendo invece la sovranità sui confini e mostrando l’assenza di una politica complessiva sul tema dell’immigrazione. Come ha sottolineato la stessa Commissione Europea, è necessaria, invece, una strategia comune sull’immigrazione, che miri a costituire un quadro più omogeneo ed immediato per l’azione degli Stati membri.
È quanto emerge anche dalla nona relazione annuale dell’Ue sui diritti umani [1] dell’ottobre 2007, dove si sottolinea come «gli eventi riguardanti i flussi migratori verso l’Ue hanno dimostrato la necessità di compiere rapidi progressi nell’elaborazione di una politica migratoria europea globale basata su principi politici comuni, in grado di tenere conto di tutti gli aspetti della migrazione […], fondata su un vero partenariato con i paesi terzi e pienamente integrata nelle politiche esterne dell’Unione».
Dieci principi a fondamento della politica d’immigrazione europea
L’anno successivo la Commissione Europea, sempre nell’ottica di elaborare una politica comune, adotta la Comunicazione «Una politica d’immigrazione comune per l’Europa: principi, azioni e strumenti», in cui si definiscono dieci principi da porre a fondamento della politica d’immigrazione comune, raggruppati intorno a tre assi principali: prosperità, solidarietà e sicurezza.
Le prospettive di fondo del piano strategico affrontano l’asse della prosperità non solo a partire dall’immigrazione per motivi di lavoro, ma focalizzando l’attenzione anche sulle altre categorie di migranti. Peraltro la previsione contenuta nel documento circa i mezzi per l’ingresso e il soggiorno legale nell’Ue è posta come questione non più rinviabile, in quanto solo una corretta gestione dei flussi può aiutare l’immigrazione legale, decomprimendo l’irregolarità.
Viene dunque ribadita la necessità di una politica d’immigrazione comune basata sulla solidarietà tra gli Stati membri. Solidarietà e responsabilità sono essenziali in un settore in cui le competenze sono condivise tra la Comunità europea e gli Stati membri. Il successo di questa politica comune è possibile solo grazie a un impegno comune. Gli Stati membri hanno contesti storici, economici e demografici diversi tra loro, che ne determinano le politiche d’immigrazione, ma queste hanno evidentemente un impatto al di là delle frontiere nazionali e pertanto nessuno Stato membro può controllare o gestire efficacemente da solo tutti gli aspetti dell’immigrazione; di conseguenza, le decisioni che possono influenzare gli altri Stati membri devono essere coordinate[2].
La necessità di prevenire e ridurre l’immigrazione illegale costituisce il terzo asse su cui si fonda la proposta di una politica d’immigrazione comune per l’Europa. L’aspetto che più di altri va evidenziato non è tanto la gestione integrata delle frontiere, ma la garanzia di un accesso agevole a coloro che hanno i requisiti per entrare e ancor di più l’enfasi che viene data al lavoro irregolare quale fattore d’attrazione per l’immigrazione illegale. Non sembra infine superfluo il richiamo che nel documento viene fatto circa il rispetto che queste misure e politiche devono garantire pienamente circa la dignità, i diritti e le libertà fondamentali delle persone coinvolte.
L’esigenza, dunque, di addivenire ad un approccio comunitario e contemporaneamente olistico, che ricomprenda quindi tutti i numerosi aspetti del fenomeno migratorio, diventa un nodo cruciale.
Ma come hanno risposto i paesi europei a queste sollecitazioni che provengono da Bruxelles?
In generale non bene, nel senso che dall’Italia, piuttosto che dalla Grecia o dalla Gran Bretagna giungono segnali preoccupanti circa un’intolleranza diffusa verso gli stranieri, alimentata spesso da politiche distanti rispetto ad un approccio europeo ispirato alla solidarietà e alla responsabilità. Non è superfluo ricordare, infatti, che nel nostro paese è stato recentemente approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza, che in Grecia meno dell’1% dei richiedenti asilo viene riconosciuto destinatario di una qualche forma di protezione internazionale e che in Gran Bretagna davanti ad una crisi economica globale i primi ad essere stigmatizzati come «immigrati che sottraggono il lavoro agli inglesi» sono stati proprio gli italiani che lavorano in quel paese.
Appare dunque evidente che il controverso tema dell’immigrazione non riesce ad essere affrontato in modo comunitario, se non su alcuni aspetti, quasi sempre relativi alla sicurezza. Il resto non è inserito nelle agende europee dei singoli paesi che in questo modo hanno ribadito la volontà di mantenere un approccio statuale in materia di immigrazione.
©Cem Mondialità
[1] Cfr. Doc. N. 13288/1/07 Rev1 del Consiglio del 18/10/2007.
[2] Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni, Una politica d’immigrazione comune per l’Europa: principi, azioni e strumenti, Bruxelles 17 giugno 2008.