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A scuola e oltre Agosto-Settembre 2010

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Stefano Curci  generazione y

Lo spazio limitato dei ragazzi

di Stefano Curci

Se parliamo di spazio riferendoci ai nostri ragazzi, non possiamo non constatare, ancora una volta, che il virtuale ed il digitale la fanno da padroni. Un esempio di vita scolastica quotidiana, fresco fresco: da poco sono stati diffusi (da siti gestiti da studenti addirittura prima del sito istituzionale del Ministero dell’Istruzione) i nomi dei professori che saranno commissari esterni per gli Esami di Stato 2009-2010. La rappresentante di classe, Eleonora, è corsa ad informarmi sui loro nomi. Mentre io - da professore dei vecchi tempi - ripetevo quei nomi per vedere se mi ricordavano qualcosa, Eleonora - da alunna dei nuovi tempi - aggiungeva particolari di vario genere su di loro: «avete forse trovato il modo di contattare i loro studenti?» - ho chiesto io smarrito - «ma no prof, abbiamo visto i loro profili su Facebook!».

Ora, nella concezione dello spazio pre-digitale una cosa del genere non sarebbe stata possibile: il nome sarebbe rimasto misterioso, a meno di non recarsi nell’Istituto di provenienza del docente per fare domande ai suoi studenti. Invece i ragazzi hanno cambiato il loro concetto di spazio, traslocandolo da dimensione fisica limitata a dimensione virtuale illimitata: questo ovviamente a danno della prossimità, che non è più evidentemente una dimensione indispensabile. Siamo sempre più nell’evoluzione (?) della società liquido-moderna: «i legami, invece, diventano sempre più fragili e volatili, difficili da alimentare per periodi prolungati, bisognosi di una vigilanza continua, inaffidabili. I network prendono il posto delle «strutture» (di amicizia, affinità, comunità); la “fedeltà/devozione” viene sostituita dalle “connessioni” (la lingua stessa ci mostra la differenza tra i due termini: l’idea della connessione - connection - procede parallela a quella di disconnessione -disconnection - mentre la devozione - commitment - non ha un contrario linguistico diretto (…) la fragilità dei legami rende il ghiaccio su cui noi tutti pattiniamo sempre più sottile e pericoloso come mai in passato» [1].

La «spazializzazione del tempo»

Recentemente Mario Pollo ha parlato di una dilatazione della temporalità sociale che è il prodotto della «spazializzazione del tempo», cioè di una supremazia delle coordinate spaziali su quelle temporali. C’è in giro una sorta di anestetizzazione dell’idea del tempo e della storia che va a vantaggio della dimensione spaziale sincronica, che è un modo un po’ complesso per dire che ai ragazzi interessa molto di più ciò che è di immediato consumo rispetto a ciò che richiede tempo e fatica per maturare: «immersi in questo tempo spazializzato, gli individui perdono la coscienza della propria appartenenza alla storia e, quindi, anche la propria capacità di produrre storia e divengono delle comparse prive di memoria e di sogni di futuro. Questo fa sì che solo ciò che è immediato e simultaneo venga vissuto come reale. Le dimensioni del passato e del futuro sono espulse dalla coscienza, la memoria e il sogno sono esiliati. L’istante diviene un punto nello spazio in cui non vi è durata ma solo l’appartenenza atemporale ad un insieme spaziale» [2].

Spazio e tempo si confondono dunque e non in senso kantiano (il senso per cui il tempo «prevale» perché forma del senso interno, quindi filtro anche delle percezioni nello spazio), ma nel senso che lo spazio viene completamente occupato dall’attenzione per il presente che diventa l’unica dimensione. La conseguenza più immediata, a livello educativo, è che i ragazzi perdono il contatto con la capacità di progettare: se lo spazio dell’immaginario è costruito attorno al presente in modo quasi esclusivo, che senso ha affannarsi a studiare in vista del futuro? Ma così «la vita priva del tessuto del progetto e della storia appare sempre di più come un caotico susseguirsi di opportunità a volte positive ed a volte negative, piacevoli o spiacevoli ma in cui comunque il paradigma del consumo compensatorio e consolatorio si manifesta come dominante» [3].

Gratificazione immediata, niente sacrifici

È proprio la situazione che riscontriamo quando i ragazzi ci dicono che passano i sabati e le domeniche al centro commerciale o all’outlet: lo spazio del presente è l’unico che interessa, quindi non si considera di passeggiare nella zona del centro storico del proprio comune, perché è qualcosa che ha a che fare con le radici e con il passato, quindi non è né cooltrendy. Si deve frequentare un posto attraente, che sia in grado di dare suggestioni all’immaginario giovanile sempre più povero di valori: ecco l’orizzonte delle vetrine che veicolano marchi e modelli di riferimento. Questo spazio dell’immaginario inchiodato al presente è il nemico della capacità di progettare degli adolescenti, e la coscienza della propria responsabilità, sia personale sia sociale, è progressivamente intorpidita: molti ragazzi circoscrivono il proprio senso di responsabilità solo a se stessi e alle persone più prossime. I valori scelti sono limitati ad una pregiudiziale di tipo utilitaristico e manca la capacità di sacrificarsi rinunciando alla gratificazione immediata per investire su un proprio futuro impegnato. Se non c’è un progetto di vita definito manca anche il criterio per decidere se le cose che capitano quotidianamente - come anche le varie tentazioni - siano coerenti o meno con quanto si vuole perseguire.

A noi educatori il compito di scuotere i ragazzi, cercando intanto di restringere la loro concezione dello spazio su un piano virtuale, e poi di allargarla sul piano temporale: ad un presente esteso all’infinito, con il numero di contatti su Facebook come unità di misura, i ragazzi devono poter sostituire uno spazio diacronico che non dimentichi le loro radici, e sia orientato verso il loro progetto di vita.

©Cem Mondialità


[1] Z. Bauman, Una nuova condizione umana, Vita e Pensiero, Milano 2003, pp. 67-68.

[2] M. Pollo, I temi negati dell’educazione, in «Note di pastorale giovanile», 1/2010, p. 31.

[3] Ibidem.


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