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Dossier Aprile 2010

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   La pagina interreligiosa

La riconciliazione per il futuro

Marco Dal Corso

Dal sud…

Grazie anche al cinema oltre che alla letteratura (vedasi il film di Boorman In my country, commentato a suo tempo anche dalla nostra rivista) in molti abbiamo potuto conoscere ed apprezzare l’esperienza rappresentata dalla «Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione» presieduta dal premio nobel nonché vescovo anglicano Desmond Tutu. Anche in America Latina si sono celebrati processi analoghi dopo la stagione delle dittature e della violazione dei diritti umani. Pure in quel contesto, le varie commissioni per la verità e la riconciliazione sono state esperienze «ecumeniche» con il concorso, cioè, se non direttamente delle singole Chiese almeno di uomini e donne delle diverse confessioni cristiane.

Al nord…

L’idea di giustizia che sottende queste esperienze delle società e Chiese del sud del mondo serve senza dubbio anche alle comunità del nord. Il contributo che esse danno all’esercizio della giustizia riposa in una matrice spirituale: solo uno sguardo «altro» sull’uomo è capace di andare oltre le tecniche contabili del diritto penale e le ingegnerie sociali dell’assistenza e della rieducazione. Se la cultura del diritto promossa dalla filosofia occidentale ha prodotto idee e strumenti per un perdono almeno accettabile dal punto di vista sociale (nonostante oggi le parole quali «grazia» ed «amnistia» non godano di buona salute!), la lettura religiosa circa la riconciliazione aiuta non tanto ad amministrare il presente, ma a pensare possibile il futuro davanti alle ferite dell’ingiustizia.

Al futuro di tutti…

Se gli studi storici e sociologici assieme a quelli di tipo psicologico sono ritornati a parlare di perdono, anche la riflessione teologica è chiamata ad integrare (dopo Auschwitz, ma anche dopo il Ruwanda, dopo la Bosnia, dopo l’apartheid, dopo le dittature, forse anche dopo Rosarno…) questa morale laica con la propria indicazione evangelica, per aiutare a pensare la perdonabilità dei crimini e la possibilità di riconciliazione delle vittime con i propri aggressori.

La riconciliazione è un atto proteso non tanto al passato, ma al futuro: rinuncio alla pena in vista di ricostruire i rapporti colpiti dall’offesa. Non si cancella quello che è stato, ma si prova a governare le contraddizioni, oltre gli ostacoli. Ma la riconciliazione per poter pensare il futuro non come una scorciatoia o una fuga dal presente chiede il carattere della gratuità: vocabolo religioso per eccellenza. Non tanto la reciprocità, come vorrebbero le esigenze umane, ma la gratuità: perdono anche oltre le tue resistenze, le tue contraddizioni…

Senza per questo rinunciare alla richiesta di responsabilità: davanti al torto compiuto non vale tanto la passività della pena quanto l’etica di una responsabilità sociale e personale. Così è possibile liberare la colpa e liberare il torto subito: essi non sono macigni inamovibili. La riconciliazione, cifra religiosa non solo della tradizione giudaico-cristiana, è una parola «capace di futuro».

 ©Cem Mondialità

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