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Editoriale Aprile 2010

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Brunetto Salvarani   Editoriale

Il disagio del professor Troller

Brunetto Salvarani

È diventato un ritornello: abitiamo una società globale sempre più complessa, intrecciata, plurale, meticcia. Anche se a qualcuno, in alto, non piace troppo, si tratta di un dato di fatto.

A fronte di tale scenario, le scelte di fondo che animano l’odierna, cosiddetta riforma della scuola sembrano improntate all’idea che esistano soluzioni semplici a problemi complessi (come ha spiegato Aluisi Tosolini nel suo prezioso Oltre la riforma Gelmini, Emi 2008). Che la soluzione stia nell’uno (un maestro, un voto, un libro) piuttosto che nel molteplice. Così, la scuola rischia di essere definita più per la sua capacità di escludere che per quella di includere. Includere tutti, non uno di meno. Stranieri e italiani. Stiamo assistendo, in sostanza, all’avanzare di un pensiero che reputa di poter fornire una mitica tranquillità chiudendo gli occhi di fronte alle sfide imposte dalla necessità di apprendere a gestire la società globale del rischio. Certo, la congiuntura sociale e culturale in cui siamo immersi può generare incertezza, sconcerto e paura…

Paulo Freire e i suoi discepoli ci hanno insegnato che ogni discorso e ogni pratica educativi devono sempre prendere avvio da un’analisi della congiuntura, del contesto, della situazione in cui si collocano. Non c’è un luogo mitico cui tornare, o una semplicità agreste pronta ad accoglierci! Non c’è riparo. C’è solo la possibilità di assumere il rischio di porsi consapevolmente in gioco. E questo è il compito primario della scuola, chiamata a essere intellettuale sociale e dunque a leggere le domande di formazione della società e dei territori in cui si colloca, elaborando risposte competenti e processi formativi adeguati. Se le città in cui viviamo sono sempre più multiculturali, la scuola ha l’obbligo di formare cittadini capaci di vivere con pienezza dentro i nuovi contesti glo-cali caratterizzati dal pluralismo. Solo così saranno ricostruiti i legami sociali e la solidarietà che tengono assieme la vita delle/nelle città. Per farlo, bisogna attrezzarsi al dialogo, all’incontro, alla mediazione e alla continua ri-negoziazione di vissuti e significati. È questa l’idea strategica del documento dell’Osservatorio del ministero dell’istruzione sulla Via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri (ottobre 2007), in cui si tengono assieme le logiche di una necessaria integrazione alle azioni, altrettanto necessarie, connesse ad un percorso di interazione che porti a «convergere verso valori comuni». Un documento, purtroppo, ancora in vigore ma - come ben sanno i lettori di CEM Mondialità - lasciato cadere nel dimenticatoio in occasione del cambio di ministro. L’educazione interculturale in Italia, storicamente, anche grazie alle riflessioni e agli interventi del ministero dell’istruzione, è stata vista non come la pedagogia speciale per stranieri ma come il nuovo nome dell’educazione nel mondo glo-cale. Una scuola che non assuma la logica interculturale come fondamento della propria identità e quindi del proprio POF è una scuola che vive su un altro pianeta. In questo caso, davvero, sarebbe una scuola da chiudere.

Un’altra scuola, del resto, non solo è auspicabile ma è anche possibile. Non come utopia, ma riconoscimento e valorizzazione delle moltissime buone pratiche che già oggi stanno trasformando il mondo della formazione, di cui nulla si dice, preferendo discussioni dal sapore ideologico e stantio. Proprio da esse, invece, sarebbe necessario ripartire per aprire un confronto approfondito sul presente e sul futuro della nostra scuola, non meno che degli oltre 600 mila studenti stranieri che annualmente l’affollano, e della società intera. È da queste pratiche, che si devono a tanti insegnanti e ricercatori che da anni le sperimentano nel quotidiano del processo di insegnamento/apprendimento, che bisognerebbe avere il coraggio di ricominciare, per frenare il disagio e il disorientamento così diffusi nelle aule italiane. Un disagio e un disorientamento di cui lo straordinario professor Troller, ideato di recente da Antonio Albanese nella trasmissione tv Che tempo che fa, non è una parodia, ma una rappresentazione tanto fedele quanto riuscita.

©Cem Mondialità

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