Il resto del mondo Febbraio 2010
Dudal Jam

In questo numero pubblichiamo le testimonianze di Patrizia Canova e di Chiara Fassina, due componenti del gruppo CEM che ha compiuto una visita in Burkina nel dicembre 2009.
Scopo del viaggio, svoltosi nell’ambito della Campagna Dudal Jam, erano la conoscenza reciproca tra italiani e burkinabè, l’avvio di progetti di collaborazione, l’attivazione di laboratori, il consolidamento dell’amicizia con i partner locali.
Nel numero di marzo di CEM saranno pubblicate le testimonianze di Clelia Minelli e Rita Roberto.
In Africa, quando guardi, vedi più lontano...
Patrizia CanovaTempo fa, durante un’intervista, chiesi al regista burkinabè Idrissa Ouedraogo quale fosse - in termini di sguardi - la differenza tra l’Europa e l’Africa. Mi rispose che in Africa, quando guardi, vedi più lontano… Allora non mi fu totalmente chiara questa sua affermazione e pensai si riferisse in particolare agli spazi ampi, aperti e orizzontali che caratterizzano certi paesaggi africani «da cartolina» a cui documentari e depliant turistici ci hanno ampiamente abituato…
Durante questo mio secondo viaggio nel Sahel questa frase mi è tornata spesso alla mente e progressivamente, più percorrevo chilometri sulle strade rosse che tracciavano la distanza tra Ouagadougou e il Sahel, più il senso di questa affermazione assumeva contorni e significati differenti, poliedrici, multipli…
La sensazione che si trattasse non solo e non tanto di una questione di sguardi sullo spazio fisico, quanto piuttosto e di visioni che prendono forma nel territorio invisibile delle relazioni, si è fatta via via più palpabile, fino ad assumere una forma più chiara e contorni nitidi sulle dune di Oursi.
Lì, nel deserto, luogo topico dello spaesamento, della deriva, ma anche dell’apertura e dello sconfinamento, ho colto la potenza di Dudal Jam e del nostro incontro con gli amici dell’UFC, come mai prima mi era capitato. E, improvvisamente, mi è parso chiaro ciò che Idrissa aveva cercato di spiegarmi: non si tratta semplicemente di assenza di limiti e confini per lo sguardo (che, indubbiamente, solo il deserto sa regalare con tale forza e intensità), quanto piuttosto della straordinaria capacità del popolo del Sahel di sognare e vedere oltre i limiti, siano essi economici, culturali, etnici o religiosi, per incontrare davvero l’altro e camminare insieme nell’oggi e nella progettazione del futuro.
I racconti di Alain, François, Gerard, Damien, Fatimata, Boubakar mi hanno dato il senso di quanto questa gente, a dispetto del presente precario in cui gli è dato di vivere - spesso appeso al filo sottile degli aiuti umanitari, frequentemente soggetto a calamità naturali di ogni sorta- sappia andare oltre e guardare oltre, coltivare le relazioni umane, vivere il dialogo e impegnarsi nella costruzione di scenari futuri. Con un coraggio e un’intensità che difficilmente riesco ancora a intercettare nella nostra Italietta provinciale, addormentata e anestetizzata nei sentimenti.
Ero già stata, l’anno scorso, sulle dune di Oursi. Allora ciò che più mi aveva incantato erano stati la straordinaria e inusuale luce, la fine palpabilità della sabbia dorata, lo stupore di poter ruotare lo sguardo a 360° senza intercettare il limite. Questa volta è stato completamente diverso: all’assenza di confini geografici, si è sostituita l’assenza di confini relazionali, al piacere del vuoto per eccellenza e del silenzio rotto solo dal sibilare del vento, si sono sostituite le voci squillanti di una moltitudine di bambini colorati e allegri con i quali ci siamo messi a giocare sulle dune di sabbia. Al mio camminare lento, assaporando la solitudine, si è sostituito il cammino al fianco di Damien che mi spiegava come utilizza le dune quali location per le sue lezioni di storia o insieme a Boubakar, uomo musulmano, che mi raccontava con infinita passione la sua lotta al fianco delle donne, contro i matrimoni precoci, le mutilazioni genitali e per la difesa dei loro diritti…
Ecco sì, credo sia stato lì, nel deserto, in quel camminare insieme, in quel sovrapporsi di narrazioni, che ho, forse, incominciato a capire come e cosa guardare per riuscire a vedere più lontano...
Un ritorno in Burkina più ricco ma più difficile da raccontare
Il primo viaggio in Burkina Faso (nel 2008) mi ha visto esploratrice di una nuova terra, con occhi e bocca aperti alla scoperta di questo nuovo mondo ricco di bellezze, contraddizioni e avversità. La diversità e la forza della natura, le modalità di accoglienza differenti dalle nostre, i luoghi, gli odori, i sapori che caratterizzano una terra a noi molto lontana, mi avevano affascinato, incuriosito ed attratto. Pensavo che al mio ritorno avrei fatto molta fatica a raccontare le mie esperienze, a condividere la ricchezza di emozioni e sensazioni del mio viaggio con coloro che me lo chiedevano: in realtà non è stato così, anzi, con facilità mi ero trovata a raccontare e mostrare fotografie.
Diversa è stata questa nuova esperienza, che mi ha visto tornare in una terra in parte conosciuta ma che ha saputo offrirmi altre novità e mi ha portato ad altre scoperte. Più difficile ora raccontare quanto vissuto, forse perché è stato un incontro più umano, con meno cerimonie ed incontri formali piuttosto un vero incontro tra persone che raccontano e condividono le loro esperienze, le loro attività ed insieme progettano il loro futuro.
Positivo ed interessante è stato conoscere le attività, gli incontri che l’Ufc aveva organizzato nell’anno passato e costruire con loro le iniziative future. Mi ha sorpreso, ancora una volta, la forza, la determinazione e, per certi versi, il coraggio con cui essi affrontano le difficoltà, le avversità che la loro terra porta con sé, e il loro grande progetto - sogno di creare una realtà di pace, dove gli uomini possano incontrarsi e condividere dialogando, la loro vita, le loro scelte religiose facendo incontrare le diverse culture. La visita al centro Dudal Jam, ha fatto scaturire in me un desiderio: riuscire a creare un pensiero Dudal Jam anche nella nostra lacerata Italia.
©Cem Mondialità