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A scuola e oltre Agosto-Settembre 2012

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   Generazione Y

L’arte della levatrice

di Antonella Fucecchi

Nell’etimologia del termine educare e di altre parole affini emerge come prefisso piuttosto diffuso la preposizione ex che indica l’uscir fuori, l’emancipazione da una situazione chiusa o ripiegata, dal viluppo originario che suscita metaforicamente l’immagine di un germoglio avvolto nel suo involucro protettivo, ma già preparato ad aprirsi alla luce. Ex appare anche nella galassia di parole collegate con l’idea della spiegazione, explicare, svolgere, dipanare, stendere ciò che è sconosciuto e invisibile. Nel caso dell’educazione la radice verbale di educare è quella di duco, termine militare che indica il comandare, segnare il cammino da intraprendere. Ma il termine educare ha implicazioni molto più profonde: infatti pur essendo un composto di duco, non appartiene alla stessa coniugazione di questo verbo che è la terza, ma alla prima: lo scarto non è da sottovalutare, benché poco rilevato in ambito etimologico: i verbi della prima coniugazione sono molto più numerosi, spesso neologismi formati come doppioni apparenti di altri verbi, ma più ricchi di senso perché dell’azione indicata dalla radice iniziale possono sottolineare la durata, l’intensità, la frequenza, la ripetitività: è il caso di saltare derivante da salire nel senso di danzare. Il nostro educare si situa in una posizione interessante perché l’appartenenza alla prima coniugazione ne stempera l’aria marziale, sottolineando l’idea che il «portar fuori», il guidare verso la consapevolezza di sé e del mondo, sia un’operazione prolungata e laboriosa destinata ad avere fasi alterne di efficacia e d’incisività e fasi di stanchezza e forte opposizione. Dunque educare non è educere, ma è molto di più: è aiutare nel parto, addestrare alla vita, attraverso la elaborazione simbolica delle cadute e delle rinascite.

Valorizzare l’errore: cadere e rialzarsi

La ricchezza etimologica dei termini afferenti al campo dell’educazione ci fornisce indicazioni significative sul valore e sul compito della formazione, che non è un addestramento tecnico, ma piuttosto un’operazione complessa destinata a far emergere le verità nascoste della persona affidata alle nostre cure, verità la cui natura sfugge proprio a chi ne è l’inconsapevole portatore. È soprattutto nel campo della gestione delle emozioni che gli adolescenti attuali sembrano disarmati: nativi digitali, evoluti sul piano dell’organizzazione pratica della loro vita, attentissimi all’apparire, puntano al riconoscimento assicurato da una buona prestazione. Molti di loro si schermano efficacemente e mascherano l’interiorità sotto una corazza di apparente disinvoltura: raramente arrossiscono, affrontano con disarmante lucidità le vicissitudini sentimentali dei genitori separati impegnati nella ricostruzione del nucleo disgregato. Ma spesso sono terribilmente soli, dubitano della autenticità degli adulti, ostentando un’autosufficienza che non è la ribellione adolescenziale classica, ma l’espressione del duro training a cui sono sottoposti: vivere in contesti liquidi, nomadi con la cartella, abitano spesso l’unico spazio rimasto loro: lo zaino e le appendici mediatiche e comunicative, il loro prolungamento psicofisico: i pad, cellulari, smartphone, social network. Sentirsi a casa è essere connessi. E apparire capaci, accontentare l’adulto di turno che chiede di essere o di fare qualcosa. Il copione regge a lungo specie con adolescenti appartenenti a famiglie di ceto medio alto, che frequentano scuole superiori ritenute prestigiose, destinati al successo formativo, preparati per una performance infinita. Al primo intoppo, però, crollano come centrati da una sassata: può bastare l’esito poco felice di un compito. Incidenti di percorso che hanno costellato la carriera scolastica di tutti e che sono necessari addirittura perché parte integrante del cammino e occasioni di conoscenza e di approfondimento. L’errore ha una grande valenza formativa che merita di essere recuperata: uscire dal seminato, inerpicarsi sul sentiero sbagliato permette di trasformare in esperienza personale la caduta e di rialzarsi più forti: a patto, però, che qualcuno medichi le ferite e si mostri vicino. Sopportare l’umiliazione e la vergogna, imparare a gestire una tempesta di emozioni distruttive, accettare fluttuazioni nell’autostima, curare una ferita, attendere la formazione della cicatrice senza fissarsi sul trauma, trasformare la ribellione della rabbia e del rancore in motore propulsivo di reazione positiva ed efficace, sono questi i compiti educativi più ardui cui è chiamato un educatore, un docente negli ambiti che gli sono specifici. Insegnare ad elaborare un trauma o un insuccesso è una necessità ineludibile, soprattutto dopo che si sono eclissate figure tradizionalmente destinate ad affiancare genitori e docenti, ad esempio il confessore, il padre spirituale, l’adulto autorevole non impegnato così strettamente a valutare, l’addestratore da cercare in momenti di difficoltà, l’orecchio pronto all’ascolto, l’alleato di varie battaglie. Eppure è di questo che c’è un disperato bisogno: una guida generosa e discreta capace di aiutare a nascere dal viluppo di emozioni violente e aggressive. La difficoltà di elaborare il dolore, di gestire frustrazione e rabbia genera comportamenti devianti pericolosi e rischiosi, spesso autodistruttivi.

Imparare a simbolizzare

A questo allude Pietropolli Charmet quando parla delle necessità d’imparare a simbolizzare: questa attività consente di costruire il proprio sé attraverso la scrittura di un copione che, superando le istanze infantili, permette all’adolescente di immaginarsi il ruolo che vuole ottenere nel gruppo e nella società: riconoscimento, stima, efficacia, ammirazione, buone relazioni creative. L’afasia simbolica, l’incapacità di costruire narrazioni positive su di sé e sul proprio posto nel contesto di riferimento è alla base dei comportamenti devianti che assumono connotazioni varie e variamente pericolose: dalla manipolazione del corpo all’anoressia, al bullismo, al consumo di alcool e droga. Tali scelte denotano un arresto nell’attività di simbolizzazione nella positiva assunzione di una nuova immagine di sé e del futuro, delle trasformazioni del proprio corpo. In questo ambito devono funzionare, per disinnescare questa paralisi dolorosa e sbloccare la fecondità, tutte le agenzie che possono riattivare processi di immaginazione creativa. L’autorevole studioso riconosce alla scuola una dignità che forse non ha mai davvero saputo di avere quando afferma che «una scuola senza significato simbolico è solo un edificio in cui  al mattino ci s’incontra con tutti e si decide il da farsi». La scuola non è un contenitore vuoto da riempire di pratiche, ma dovrebbe offrire strumenti per produrre senso. In questo consiste l’arte di educare attraverso il corredo disciplinare e la genialità propria ad ogni disciplina, sono i formatori per primi ad auto educarsi al senso artistico di quello che fanno recuperandone il valore intensamente vitale e creativo, trasformando le lezioni in momenti privilegiati di contatto affettivamente caldo con autori e pensatori che hanno contribuito ad illustrare la condizione umana, praticando l’arte della simbolizzazione: è al potere rigenerante dell’emozione artistica della grande letteratura, del pensiero filosofico e scientifico che occorre introdurre i giovani perché possano imparare a costruire il loro personale percorso di senso, a partire dai loro vissuti e dai loro sentimenti.

©Cem Mondialià

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