A scuola e oltre Maggio 2009
Genitori efficaci
Alle limpide sorgenti della nostra anima
Eugenio Scardaccione
Questa volta voglio osare e proporre delle riflessioni, che in prima lettura possono essere valutate come evanescenti e non comprensibili. A mio parere, la relazione genitori-figli deve cercare di esplorare orizzonti sempre diversi, nuovi, non banali. E, come spesso affermo, bisogna anche rischiare. Sul tappeto delle considerazioni, decido di porre la questione delicata e complessa della spiritualità. Che cosa vuol dire per i genitori veicolare ai figli riflessioni significative su una tematica come quella dell’interiorità? Una questione che necessariamente fa i conti su caratteristiche forse poco misurabili o clamorose, ma che hanno l’opportunità di rendere solida la relazione con se stessi e gli altri. Come genitori ed educatori riusciamo a comunicare e testimoniare esperienze di interiorità, nel senso di dare valore e significato a ciò che avviene dentro di noi in rapporto anche con l’Assoluto?
L’universo complesso di ciascuno di noi vive stagioni diverse, talvolta attraversate dal buio dell’aridità, da sprazzi di luce. È importante andare oltre i freddi ritualismi e le incongruenze che talvolta gli ambienti parrocchiali ed ecclesiali propongono, specie dopo le esperienze sacramentali, non sempre convincenti, che le famiglie offrono ai figli. Spesso poi latitanti e non entusiasti nel continuare a seguire le iniziative religiose.
Dare un senso a ciò che si fa e si dice
Urge, per compiere un cammino di crescita spirituale liberante, cercare di disinquinare il nostro essere, le azioni quotidiane necessitano di essere orientate ed alimentate da riflessioni profonde, in grado di dare un senso a ciò che si dice e si fa. Le tossine, l’aria irrespirabile, i veleni quotidiani possono essere ridotti se andiamo alle limpide sorgenti della nostra anima. E soprattutto se riusciamo a collegarli come l’arcobaleno che fa da ponte tra la terra e il cielo. E come ricorda il messaggio evangelico non si può amare Dio che non si vede, se non si ama l’umanità che vedi e che frequenti ogni giorno.
Quale posto occupa un tipo di spiritualità/interiorità che va al centro di se stessi, senza fronzoli o complicazioni bloccanti nella relazione educativa fra genitori e figli? Domanda molto impegnativa, che ci spinge a non imporre, a non forzare, perché un percorso di crescita in tale direzione implica una sorta di consapevolezza liberante, capace di porre sempre nuovi interrogativi.
Il desiderio di assoluto, di mistero, di gratuità, di pienezza sono dimensioni presenti in noi, ma vanno fatti emergere con delicatezza e sensibilità, specie in età particolari come l’adolescenza e la giovinezza. Periodi durante i quali si è abituati a confrontarsi con la concretezza, l’incertezza, le delusioni, le illusioni.
A tale complessa impresa educativa, si possono accennare delle risposte, pur se provvisorie e rettificabili, tenendo conto che i giovani devono avere l’opportunità di essere educati alla responsabilità dagli adulti. Allora, il senso e il solido valore che ha l’interpellarsi sul come e quando porsi gradualmente quesiti profondi sulla vita, comporta l’assunzione di scelte.
Decidere, perciò, di non farsi trascinare dalla routine e travolgere dal talvolta sfrenato attivismo giovanile, non può che fare del bene.
Vivere in maniera attiva, operosa, da protagonisti, è utile, ma è opportuno anche educare le giovani generazioni a fermarsi e rivalutare quelle salutari soste che consentono di fare un pieno di forza interiore, in grado di farci ripartire con più energia ed entusiasmo.
Ai genitori e ai loro rispettivi figli farebbe bene pertanto regalarsi delle esperienze di sosta con un dialogo incessante. Evidentemente è necessario concordare un percorso sul significato dell’interiorità, che deve essere confacente agli interessi, alle aspirazioni, da esplicitare con modalità adeguate. Poi, una volta riconosciuta e verificata la bontà di tali esperienze, che vanno nella direzione del rallentamento dei ritmi frenetici e nevrotici, si può prevedere una serena verifica del tutto e perché no… anche rettificare, riequilibrare e cambiare rotta.
Non è mai auspicabile, da parte dei figli, copiare e in modo superficiale o ripetere scimmiottando ciò che dicono e fanno i loro genitori. Nella nostra vita, tra le pareti domestiche si vivono esperienze differenziate e sta a noi renderle compatibili con il nostro stare-bene, senza stravolgere i ruoli.
Avere cura della propria anima
Anselm Gruen ha scritto: «Una certa tradizione spirituale continua a ripeterci: “bada alla tua anima”. Quest’invito non afferma una narcisistica fissazione su se stessi. Infatti, stiamo veramente bene solamente se la sorgente fluisce da noi e diventa risorsa utile anche per altri nella loro vita».
Ebbene, avere cura della propria anima è basilare. Poi, fuori casa, ciascuno di noi incontra ogni giorno altre persone e cerca di lasciare la sua personale traccia. Queste impronte possono presentare varie caratteristiche, di scontentezza, grigiore, irritazione oppure di cordialità, lucentezza, gioia, mitezza. Decidere di comunicare mediante le nostri sorgenti migliori significa avere vissuto esperienze di pienezza interiore, spirituale, malgrado le asprezze e le enormi durezze che la vita può metterci davanti. Cerchiamo, perciò, di non essere tirchi di quella necessaria, fresca gioia di vivere, anzi facciamoci contagiare da essa.
Celebrare, allora, il matrimonio quotidiano di queste diverse dimensioni dentro e fuori l’ambito familiare aiuta a considerare la spiritualità come una preziosa e fertile opportunità, per dare la giusta importanza alla nostra vita, che fluisce e scorre. Insieme agli abbracci, alle carezze, ai sorrisi, agli incoraggiamenti che non hanno mai nuociuto. Né ai genitori né ai figli.
Genitori efficaci