A scuola e oltre Febbario 2010
Ragazzi e ragazze
Le parole per dirlo
di Giuseppe Biassoni
Sarebbe facile iniziare l’articolo parlando di Korogocho come distruzione e speranza. Ma le parole rotolano vuote, retoriche, incapaci di sostenere il peso e la profondità della relazione tra la realtà di chi vive la baraccopoli e la nostra astrazione intellettuale.
Korogocho, baraccopoli alla periferia di Nairobi (Kenya), con i suoi 180 mila abitanti è un mondo complesso che a sua volta è contenuto in altri mondi complessi, il mio, il vostro, quello di tanti loro.
Raccontare agli alunni dell’esistenza di altre realtà, estranee alla loro, è compito arduo se non si vuole esaurire la funzione nel nozionismo con relativo voto di valutazione. In mezzo tra quanto vorrei condividere e «loro» si frappongono l’autoreferenzialità tipica dell’adolescenza, le sensibilità culturali apprese dai modelli familiari, curiosità e scolarizzazione.
Cinquantamila abitanti più di Monza
180 mila: spesso i numeri si perdono, non danno ragione alle possibilità comprensive di alunni, genitori e colleghi insegnanti. Ne acquisisci consapevolezza quando tratti argomenti come la guerra, le malattie, le siccità. Lo stesso elenco delle atrocità della Seconda Guerra Mondiale (dai campi di sterminio fino a Hiroshima) sembra una fiction più che una storia di uomini in carne e ossa, di sofferenza e disumanità.
La realtà richiede spesso termini di paragone confrontabili con il vissuto che ci circonda per essere affrontata e capita, per evitare l’effetto nichilismo, che giustifica l’impotenza, la distanza che genera indifferenza. La scuola avrebbe bisogno di momenti di vissuto, di confronto diretto. Proprio da lì inizia il vuoto della parola. Centottantamila abitanti sono oltre cinquantamila abitanti in più della mia città, Monza. Appendo fotografie nelle classi, cerco di spiegare la povertà estrema, le malattie, le aberrazioni che si sviluppano in quel contesto; provo a far comprendere come pur in quelle condizioni possano germogliare dei fiori, possa esserci del positivo, nascano brandelli di solidarietà, amore, amicizia.
Ma l’esperienza è lontana e faccio fatica a rappresentare quanto ho visto, a descrivere gli odori, la caparbietà nel difendere la dignità, l’ostinazione di vivere lottando contro ogni logica di rinuncia.
Nei miei precedenti articoli ho parlato della decrescita come bisogno di tendere ad una società più giusta, come un’esigenza di tornare ad assaporare quei valori di solidarietà che preservano il futuro delle generazioni a venire… poi (proprio mentre sto spiegando) penso alle 1020 favelas della sola Rio de Janeiro, al valore attribuito dagli alunni alla vita ed alla concezione che ne possono avere i loro coetanei di Rio, abitanti di città, conviventi in realtà complesse che vanno dal vivere nella metropoli moderna al condividere l’esistenza della baraccopoli. E mi tremano i polsi.
Ho parlato anche di resilienza come di una risorsa che corrisponde alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzati o, addirittura, trasformati.
Sono rimandi validi per tutto il genere umano oppure rappresentano un’opportunità solo per una parte di noi, quella che si può permettere di ragionare, scegliere, provare…? È come cercare di tenere ordinata e lucida la prua di una nave, la nave mondo, mentre a poppa si aprono grandi falle. È facile fare del retrò ricordando l’orchestra che continua a suonare sul Titanic!
Attimi di autentica felicità
Vorrei proporvi una sorta di telefilm senza sonoro né immagini, con due finestre che viaggiano in parallelo, o se preferite due reality da osservare. La prima finestra riguarda un contadino che vive in un piccolo podere. Vive del suo lavoro ed arrotonda le entrate allevando animali da cortile che poi rivende alle fiere locali. Possiede anche due vacche che munge due volte al giorno, mattina e sera. È una persona serena, vive la sua vita agreste e, parlandoci insieme, potete riconoscere in lui una ricchezza culturale che viene da lontano, una naturale predisposizione alla solidarietà verso chi ha bisogno, avendo lui stesso nel corso della sua vita beneficiato della generosità altrui. Vede raramente la televisione, che propone cose troppo distanti dalla sua vita, è curioso, dialoga con gli animali come fossero suoi amici, avverte il tempo e le stagioni. Vi affascina con i suoi racconti fatti di piccole storie di vita quotidiana.
La seconda finestra parla di me, della mia attività d’insegnante, dei problemi legati alla scuola, alla politica, al mondo delle Ong, al tentativo (che a volte rischia di risultare patetico) di cercare di mettere in luce quella parte di mondo che molti vorrebbero dimenticare. Il tempo dedicato alla politica per il mantenimento o per l’affermazione di diritti di cui tutti dovremmo disporre, la faticosa costruzione di lezioni che rispondano alle attese degli alunni, che facciano porre molti perché, il ricercare uno stile di vita coerente con ciò che professo, lo stesso impegno di collaborazione con CEM Mondialità.
Due finestre, due vite in parallelo, due modi ugualmente validi d’intendere la vita. Questione di karma, direbbe un saggio buddista; questione di scelte personali dice un incallito gnostico [1].
Eppure entrambi, sapendo di realtà come Korogocho, non possono rimanere inerti, pena il perdere l’idea di appartenere al genere umano. A volte questa consapevolezza si concretizza in piccoli gesti, che solo nel trovare molti sostenitori può diventare significativa, mentre altre volte si manifesta in disponibilità più impegnative, sia di tempo sia d’impegno… sono comunque solchi che arano il terreno! È da questi solchi che nascono fiori; per dirla con De Andrè, «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…».
Vedere Korogocho in realtà più vicine
È proprio pensando a quella Genova, a via Del Campo, alla puttana con occhi grandi color di foglia, che riesci a trovare l’oltre, il terreno comune di confronto con l’altro reso più comprensibile da realtà a noi più vicine. Così Korogocho diventa chi dorme in auto perché non ha un’abitazione, diventa il gruppo di prostitute ingannate dalla prospettiva di migliorare la propria vita con la mercificazione del corpo, diventano i figli degli operai che perdono il posto di lavoro, convinti che la fabbrica fosse un luogo anche loro. Non fosse per altro che nel veder diradare le nubi che hanno accompagnato queste mie riflessioni, nel riconoscere e nel condividere qualcosa a noi più vicino e familiare, mi torna la speranza e vivo momenti di autentica felicità. Che la Pace sia con noi, ma non la Pace dei defunti, bensì quella di chi ha ancora la voglia e il coraggio d’indignarsi e di ricordare il motto di don Dilani, I Care, di gridare «io ci sono!».
©Cem Mondialità
[1] Intesa come dottrina della salvezza tramite la conoscenza.
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