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Editoriale Febbraio 2012

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Brunetto Salvarani   Editoriale

Zanzotto, la resistenza come poesia

Brunetto Salvarani

Appena una decina di giorni prima aveva compiuto novant’anni. Un’età patriarcale che, accoppiata alla sua proverbiale riservatezza, gli aveva impedito festeggiamenti in grande stile, come avrebbe meritato. Nella sua ultima intervista, in occasione del compleanno, aveva cercato di descrivere il miracolo della poesia, con il quale (e grazie al quale, verrebbe da dire) Andrea Zanzotto ha vissuto: «Forse è soltanto il potere della poesia a far sì che riesca a mantenere un contatto con il mondo nonostante il senso di disappartenenza in cui mi trovo costretto a vivere, anzi a sopravvivere».

Se n’è andato com’era vissuto, in punta di piedi, a metà dell’ottobre scorso. Lontano dai centri culturali che contano, ma a contatto con la sua natura amatissima, a pochi passi dalla sua Pieve di Soligo (Treviso) che ne ha segnato in massima parte la geografia sentimentale e letteraria. «Amo molto, ancora oggi - dichiarava Zanzotto solo pochi anni fa - fare dei giri qui intorno a casa mia. In particolare in un’area, a tre o quattro chilometri dal centro del paese, dove c’è un insieme di colline che non sono colline e di torrenti che non sono torrenti: un tenebroso e inquietante labirinto, appunto, di conglomerati pietrosi; le crode del Pedré». C’è chi ha parlato, al riguardo, di una sorta di religione della natura, fino a fargli ammettere: «Religione della natura che in me si accompagna, almeno a tratti, a vere e proprie meditazioni teologiche. E a mille impulsi, i più diversi e contrastanti. Perché come qualunque altro individuo, anch'io riconosco che tutto ciò che è umano mi riguarda».

Questa è l’immagine che resta, probabilmente, di Zanzotto nei più giovani, che potrebbero averne scorso, soprattutto sui quotidiani, i lucidi passaggi a difesa del paesaggio locale, da una parte, e contro l’imbroglio - diceva proprio così - della Padania e del popolo padano, «una storia più che ventennale di equivoci e spettri». Anzi, come aveva detto a L’Infedele due anni fa, una peste. Eppure, con lui ci ha lasciato, va detto chiaramente e senza timore di esagerazioni, il maggiore poeta italiano vivente, il più studiato, tradotto e invitato in tutto il mondo, oltre che l’estremo testimone della nostra grande lirica del secolo breve. Come un oracolo arcaico e moderno, secondo il suo amico Claudio Magris, egli è stato in grado di cogliere la vita intera, anche nella sua più disarticolata e profanata contemporaneità, nei suoi frantumi, perché il senso del sacro che pervade la sua produzione abbraccia ogni cosa. Un autore complesso, pienamente immerso nella condizione del suo tempo, ma anche uno sperimentatore geniale e coraggioso, la cui voce - considerata dalla critica eccentrica quanto isolata - con il trascorrere del tempo ha sempre più manifestato la forza e la novità del suo discorso: che, mentre poneva il linguaggio come dimensione centrale dell’uomo, lo spingeva incessantemente ad aprirsi verso forme più dense, talora inquietanti, ma comunque autentiche.

Nonostante l’innata mitezza, i suoi giudizi sulla realtà circostante sono rimasti sferzanti, fino a oggi. Da maestro della coscienza, e di impegno civile: uno degli ultimi. Basterebbe riandare a In questo progresso scorsoio, conversazione con Marzio Breda, in cui Zanzotto alzava la voce per denunciare la fragilità del nostro sistema e delle azioni dei suoi protagonisti. Un ragionamento da vero e proprio poeta-guerriero che toccava tutto ciò che nella vita gli era stato caro: il territorio, la politica, le utopie, la storia e la fede. Un ritratto dell’Italia, l’estremo, purtroppo drammaticamente attuale: «È un paese dominato da una volgarità fatua e rissosa, inserito senza troppa coerenza e convinzione tra un’Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma». «Per andare avanti - ripeteva, negli ultimi anni - bisogna procedere con un piede nell’infanzia, quando tutto sembra grande e importante, e un piede nella vecchiaia estrema, quando tutto sembra niente».

Grazie, Zanzotto. Sentiremo la tua mancanza, ma non la tua assenza, perché i tuoi versi sono destinati a durare. E a non darci tregua.

©Cem Mondialità

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