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Dossier Gennaio 2010

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   La pagina interreligiosa

Chiese e lotta alla mafia

Marco Dal Corso

Un magistero «antico»

Sul tema della lotta alle mafie da parte delle Chiese il «magistero» di riferimento è ancora quello vissuto ed interpretato da monsignor Tonino Bello, indimenticato vescovo di Molfetta, il quale indicava tre verbi impegnativi per una pratica pastorale efficace contro le mafie di tutti i tipi: denunciare, annunciare, rinunciare. Se i primi due appartengono alla tradizionale missione profetica ed evangelizzatrice della Chiesa, il terzo le ricorda la sua vocazione alla libertà: rinunciare a ogni tipo di legame o connivenza con qualsiasi potere a cominciare dal potere politico. La lotta alle mafie si fa da persone e comunità libere.

Una presa di posizione recente

In una Nota pastorale della Conferenza episcopale calabra (su impulso di un altro vescovo impegnato in prima persona nella lotta alla cultura mafiosa, monsignor Bregantini, oggi trasferito a Campobasso) della fine del 2007, Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo, esclusivamente dedicato alla ‘ndrangheta, si dice, tra altre cose: «Le mafie, di cui la ‘ndrangheta è oggi la faccia più visibile e pericolosa, costituiscono un nemico per il presente e l’avvenire della nostra Calabria. Noi dobbiamo contrastarle, perché nemiche del Vangelo e della comunità umana». È in nome del Vangelo che le Chiese sono chiamate a combattere la cultura mafiosa. E anche la liturgia può divenire luogo e momento in cui celebrare la vita. Così la chiesa di Oppido-Palmi, in Calabria, propone che, davanti alla crescita della ‘ndrangeta, si faccia pubblica ammenda di peccato durante le celebrazioni: il peccato di non proporre stili di vita incentrati su valori positivi.

Per una pastorale sociale

Le Chiese del sud ci ricordano che la pastorale è sempre sociale. Affrontare i temi sociali, come la denuncia della presenza delle mafie, ha una forte rilevanza pastorale. «Come si fa ad annunciare l’amore di Dio in una regione con il 70% dei giovani disoccupati, un altissimo tasso di violenza e un inquinamento ambientale devastante? Come si può dire alla nostra gente “Dio ti ama” senza farsi carico delle conseguenze di tale annuncio? Le questioni cosiddette “sociali” sono fondamentali: se si dimenticano, l’annuncio del Vangelo rischia di essere molto poco credibile. Qualcuno sostiene che “la Chiesa non deve occuparsi di dar lavoro” o “non deve occuparsi di politica”. Ma a quale ecclesiologia ci rifacciamo? Sicuramente non alla Chiesa del Concilio: la Lumen Gentiun ribadisce la piena cittadinanza dei laici nella Chiesa e afferma che la loro ministerialità consiste nel “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”. Ora non è possibile affermare che nel pieno della loro ministerialità (creare occupazione, combattere le ingiustizie sociali ed economiche, governare secondo i principi del bene comune, ecc.) i laici non debbano essere annoverati nella Chiesa! Inoltre, anche nella Lettera di Giacomo è scritto che “La fede senza le opere è morta”. Annunciare l’amore di Dio comporta delle conseguenze: la prima delle quali è vivere l'amore che si annuncia facendosi carico delle sofferenze del nostro popolo” (dichiarazione di Vincenzo Linariello, responsabile della pastorale del lavoro della diocesi di Locri, pubblicata su «Adista»  n.114, 2009).

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