I paradossi Gennaio 2010
I paradossi
Comunicazione tecnologica e comunicazione umana
di Renato Filippini
Per andare all’università di Kagoshima prendo il treno alla stazione centrale. È un tragitto di soli venti minuti, un viaggio nel mondo giovanile. Molti studenti sono seduti con il cellulare in mano: vi guardano l’ora, controllano la posta, digitano messaggi con il pollice a una velocità sorprendente. Ci sono studenti che nel lasso di soli 10 minuti aprono e chiudono il cellulare più di 10 volte, altri che per 10 minuti ininterrotti non distolgono lo sguardo dallo schermo. Ciascuno di questi studenti è immerso nel mondo del cellulare: pur essendo nello stesso scompartimento, seduti fianco a fianco, ognuno ignora l’esistenza dell’altro.
L’altro giorno con gli ospiti cattolici dell’istituto Keiaien (istituto dove vivono gli ex lebbrosi) ho fatto un’escursione a Uchinoura. Nel passato, per prevenire il contagio della lebbra, queste persone vennero segregate in campi speciali. A motivo dei postumi della lebbra, molte persone hanno le mani deformi. Nella vita quotidiana anche la più semplice azione - come abbottonarsi i pantaloni, estrarre il denaro dal portafoglio, alzare la cornetta del telefono - è impossibile senza l’aiuto degli altri. All’ora di pranzo, nel refettorio, ho assistito a scene di squisita umanità, una gara di servizio e attenzione verso il più prossimo a se stessi: quello accanto. Sbucciare il mandarino, scartare una caramella, versare l’acqua a chi non era in grado di fare da sé.
Questi due episodi mi hanno fatto riflettere sul rapporto tra comunicazione e relazioni umane. I giovani comunicano avvalendosi della tecnologia: grazie all’uso di cellulare e internet si scambiano velocemente informazioni, senza la necessità di incontrarsi. Invece le persone del Keiaien comunicano stando insieme, donando all’altro la propria presenza.
Ho anche riflettuto sulla efficienza ed essenza della comunicazione: grazie a internet, una persona può ricercare e raccogliere da sola in un istante tantissime informazioni, senza la necessità di un partner con cui interagire. Questa modalità comunicativa ha portato una certa influenza sulla società, nei legami umani. Basti pensare alla difficoltà di comunicare tra genitori e figli, all’insufficiente comunicazione nella coppia.
La vera comunicazione ha la particolare caratteristica di nascere dal senso di comunità, dal senso di collaborazione, dall’essere insieme. Se uno condivide i propri bisogni o è attento a quelli di un altro può raggiungere una relazione sempre più aperta e profonda con gli altri. Le persone del Keiaien, proprio perché da molti anni vivono insieme costruendo forti e profondi legami tra di loro, hanno potuto realizzare una stupenda comunicazione, una comunione nata dalla conoscenza reciproca dei bisogni personali e quotidiani.
Da ora in avanti la tecnica della comunicazione progredirà sempre più velocemente. Grazie a strumenti sempre più efficaci, saremo in grado di ridurre il tempo per la trasmissione di messaggi. Tuttavia non corriamo forse il rischio che la comunicazione diventi un semplice scambio di informazioni freddo e senza sentimento?
Le persone del Keiaien, segregati dalla società nel passato, e nel presente non in grado di utilizzare il cellulare, hanno insegnato a me, figlio della tecnologia comunicativa, il know how delle relazioni umane; mi hanno fatto capire che la comunicazione è una tecnica umana.

Padre Renato Filippini è missionario saveriano in Giappone.
[1] L’uomo che cerca parole, regia di Mario Giretti, Italia 2008, cfr. CEM Mondialità n. 6, giugno-luglio 2009, pp. 33-34.