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A scuola e oltre Gennaio 2012

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   L’ora delle religioni

Le ragioni educative del pluralismo religioso

di Marialuisa Damini e Marco Dal Corso

Dopo aver esplorato le ragioni filosofiche e pedagogiche del pluralismo religioso, siamo ora pronti ad entrare nello specifico delle ragioni educative, che sono probabilmente le più importanti per chi ogni giorno si trova a «scendere in campo», come genitore, insegnante, educatore nel senso più ampio possibile del termine. Ma è in particolare al mondo della scuola che vogliamo fare riferimento in questo contributo. Certo, alla scuola: il luogo in cui è possibile non avvalersi apparentemente della possibilità di riflettere sul sacro, ma nello stesso tempo il luogo in cui le giovani generazioni sono sempre più a contatto con una molteplicità di etnie, culture e, quindi, anche religioni, che la scuola deve «far entrare» se vuole rispondere alle sfide educative attuali. Non possiamo trascurare il fatto che quando la scienza teologica è stata estromessa dalle università e confinata nel recinto ecclesiastico, il prezzo da pagare è stato un analfabetismo religioso di cui ora, in tempi di confronto con altre cosmovisioni, avvertiamo le conseguenze. Davanti a tanta ignoranza, il pluralismo religioso diventa una minaccia piuttosto che uno spazio di confronto e crescita. Il recupero della religione come esperienza identitaria che, per alcuni, giustificherebbe la presenza e la necessità della religione a scuola, si regge sul vuoto culturale. Per questo si presta a strumentalizzazioni pericolose1. Ma tematizzare il fatto religioso aiuterebbe a capire che l’identità nazionale è ricca degli apporti di altre e diverse tradizioni: da quella protestante, a quella ortodossa per non tacere di quella islamica2, e quindi comprendere i processi di meticciamento. Dal punto di vista educativo ciò aiuta a ripensare la laicità in termini inclusivi piuttosto che esclusivi3. Così, il fatto religioso a scuola, come per altre aree tematiche e discipline, si presenta declinato in ordine alle finalità educative della stessa: in primis, quella di formare al confronto e al dialogo, per cui la religione a scuola va trattata in forma plurale (senza per questo smentire l’appartenenza confessionale dell’insegnante-educatore) e va proposta con i metodi propri della pedagogia interculturale, che potrebbero essere identificati nel metodo narrativo, in quello comparativo, in quello decostruttivo insieme a quello del decentramento e infine, proprio parlando della storia delle religioni, nel metodo della restituzione, come chiesto in particolare dalle popolazioni indigene del sud del pianeta.

Il compito «religioso» della scuola laica

La metodologia ludica e legata all’azione, poi, rappresentano il metodo forse più efficace per conoscere le religioni nella scuola primaria, come documentano alcune iniziative promosse sul territorio4. Insomma, la scuola laica, pubblica, statale (ma la scuola in generale) proprio in fedeltà alle sue istanze educative può contribuire all’insegnamento delle religione. C’è un compito «religioso» che compete alla scuola laica: quello di superare la visione etnocentrica, clanica e tribale d’identità (anche religiosa) e di promuovere, invece, la dimensione dialogica e universale come vocazione di ogni cultura e religione.

Nello stesso tempo, esiste anche un altro compito educativo importante affidato alle religioni, che è quello «culturale» e che fa parte a pieno titolo degli obiettivi scolastici ed educativi. In questo modo, la religione precisa il suo compito «laico» come contributo al processo educativo. Lo studio delle religioni aiuta, infatti, anche in quest’epoca del «ritorno del sacro» a saper vedere e praticare, invece, «il ritorno del secolo». Sdivinizzare il mondo e desacralizzare la natura come fanno le religioni (almeno nella loro versione monoteistica) rende critici davanti alla pretesa del sacro oggi tanto in voga. La secolarizzazione e con essa la ragione sono coerenti con la vocazione storica delle religioni. Anche se spesso tradita.

Concludiamo affermando che il dialogo interreligioso può davvero reinterpretare l’idea d’identità, di cittadinanza e di laicità che tanto interessano il dibattito politico, sociale ed anche educativo, ponendosi anche come antidoto ai vari fondamentalismi. Attraverso di esso è possibile educare a ripensare l’identità e la cittadinanza, individuando nel contempo una nuova cifra della laicità. Riscoprire le identità plurali è, anche dal punto di vista educativo, oggi quanto mai necessario perché la vita insegna che l’identità non si scopre, ma casomai si sceglie. «Anche quando avvengono scoperte cruciali c’è spazio per la scelta. La vita non è  semplicemente destino»5.

 ©Cem Mondialità


[1] Cfr. M. Aletti, G. Rossi, Identità religiosa, pluralismo e fondamentalismo, Centro Scientifico Editore, Torino 2004.

[2] Vedi F. Pajer (a cura di), Europa, scuola, religioni, SEI, Torino 2005.

[3] «Prendere sul serio la diversità» è l’invito fatto da M. Cacciari assieme a R. Panikkar e J.L. Touadi, Il problema dell’altro. L’altrapagina, Città di Castello (Pg) 2007.

[4] Di metodi e di pratiche discutono e documentano A. Nanni e S. Curci in Buone pratiche per fare intercultura, EMI, Bologna 2005, e più recentemente M. Clementi (a cura di), La scuola e il dialogo interculturale, Quaderni ISMU, Milano 2008, mentre si occupa più specificamente di educazione interreligiosa il volume curato da L. Mentasti e C. Ottaviano, Cento cieli in classe, Unicopli, Milano 2008. Di religioni e pratiche di dialogo dentro e fuori la scuola si interessa il recente saggio di B. Salvarani e P. Naso, Il muro di vetro, EMI, Bologna 2009. Di storia delle religioni a scuola, invece, si occupa il volume di M. Giorda e A. Saggioro, La materia invisibile, EMI, Bologna 2011. È fresco di stampa, inoltre, il volume a cura di B. Salvarani Perché le religioni a scuola (EMI, Bologna 2011) che raccoglie gli interventi degli esperti intervenuti all’omonimo convegno organizzato da CEM nell’aprile 2011.

[5] A. Sen, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 40.

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