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A scuola e oltre Maggio 2012

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  Ragazze e ragazzi

L’esame di Stato del peggiore della scuola!

di Gianfranco Zavalloni

Quando ho iniziato la carriera di maestro di scuola materna mai avrei pensato di ritrovarmi un giorno a presiedere una commissione d’esame di licenza di scuola media (oggi secondaria di 1° grado). Eppure una volta divenuto Direttore Didattico e successivamente - come si dice oggi - Dirigente Scolastico, un giorno mi sono trovato di fronte a questa esperienza. Il debutto, una decina di anni fa, è avvenuto in una bella scuola della periferia di Cesena. E durante la sessione degli orali i colleghi della commissione (nella secondaria di 1° grado sono i professori stessi della classe) mi annunciarono il candidato successivo come «il peggiore della scuola». Poiché amo le sfide, la mia risposta fu immediata: «Allora lo interrogo io!». Il candidato era imponente: alto quanto me (185 cm), robusto, calzoncini alle ginocchia e una folta peluria alle gambe. Un ragazzo che, se fosse nato qualche decina di anni prima, alla sua età, lo avremmo trovato a mietere il grano o a spaccar pietre in una miniera. Per me fu spontaneo sapere qualcosa di lui e gli chiesi subito dove abitava. «In una casa di campagna», fu la risposta. Lo incalzai per sapere se attorno alla casa c’era un campo coltivato… e la risposta fu affermativa: una piccola azienda agricola di tipo intensivo, tipica della bassa Romagna. Gli chiesi allora se erano i genitori a coltivare il tutto. La risposta fu inattesa: entrambi i genitori erano operai e «a mandare avanti i campi» erano lui e suo nonno. La conversazione si faceva sempre più interessante. «Ma chi usa il trattore e la motozappa?» La ri-conferma fu precisa: il nonno e lui. Poiché era fine giugno e nella campagna cesenate si coltivano ciliege, albicocche, pesche… e ogni varietà di verdure, gli chiesi se era mai stato al mercato ortofrutticolo (forse il più grande mercato all’ingrosso d’Italia). Rimasi di stucco dalla sua risposta: «Ci vado anche domattina, con mio nonno!». Io da piccolo ero stato molte volte con mio padre in quel mercato e così mi venne spontaneo iniziare in quel modo la prova orale. Chiesi al ragazzo di raccontarmi nel dettaglio tutte le operazioni, dal confezionamento della frutta e della verdura a casa, a tutti i passaggi che si sarebbero svolti sotto le tettoie del mercato stesso. Il racconto fu molto preciso e dettagliato: il modo di predisporre frutta e verdura nelle casse, l’arrivo al mercato, l’esposizione delle cassette, la sirena che annunciava l’inizio delle operazioni, i pre-contatti dei mediatori e poi la contrattazione coi compratori ed infine la vendita e la consegna della merce. Il «peggiore della scuola» sfoggiò un linguaggio appropriato, unì le varie questioni facendo i giusti collegamenti, mise a frutto conoscenze e competenze che potremmo definire «storico-tecnico-socio-matematiche». Insomma, un colloquio che, come vuole la normativa ministeriale, doveva essere multidisciplinare, con la possibilità di verificare le competenze di carattere linguistico/espositive, facendo i dovuti collegamenti. Poi, ricordo bene, ci fu la prova pratica di musica e così ascoltammo l’esibizione fatta coi «bonghi», strumento molto «manuale», di cui l’allievo era appassionato. Seppi in seguito che quando uscì dall’aula, ai compagni che chiedevano un commento sulla difficoltà dell’esame, se ne uscì con una affermazione lapidaria: «È facilissimo!». Dall’altra parte i professori commentarono il tutto dicendo «Ma noi in tre anni non l’abbiamo mai sentito parlare così bene e con tale competenza” e poi «non sapevamo nulla di tutto questo».

Che dire di tutto ciò? Forse dovremmo leggere nuovamente Lettera a una professoressa che, 45 anni fa, ci ricordava che per insegnare inglese a Gianni bisogna prima di tutto conoscere Gianni.

©Cem Mondialità

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